lunedì 26 maggio 2014

Natura: cuore pulsante del mondo

Di
Giuseppe Nastasi



"Natura! Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci attrae nel vortice, finché, stanchi, cadiamo nelle sue braccia. E' intera e, nondimeno, sempre incompiuta. Non conosce passato e futuro; il presente è la sua eternità".




Così un intellettuale del calibro di Wolfgang Goethe intende la natura: come una forma di vita che, nella sua straordinaria potenza, crea eternamente incarnando la forza stessa del Divino. Il pensatore tedesco, contrapponendosi alla razionalizzazione della cultura e del vivere umano, sente insita nella bellezza del creato la presenza di uno Spirito e di una Forza sovrasensibili, che introducono la loro infinità nella finitudine umana.


Durante la sua esistenza, infatti, l'uomo ha sempre trovato nella natura la soddisfazione di ogni suo bisogno, sia fisico che spirituale. Dunque è facendo esperienza del creato che l'individuo percepisce il suo "alter ego", qualcosa che lo completa e lo rende consapevole della sua identità e della sua piccolezza in rapporto all'Universo.



Se osserviamo il rapporto tra uomo e natura nel corso del tempo, notiamo diversi modi di approcciarsi. Prendendo in analisi l'epoca medievale, in cui persiste la centralità di Dio nella vita dell'uomo, la natura diventa immagine vivente del Creatore, che, spinto dall'amore per le sue creature, la mette al servizio dell'umanità manifestando la potenza del suo eterno disegno. Questa tendenza emerge grandemente da Il cantico di Frate Sole di san Francesco d'Assisi. Nella sua lode, manifesto dell'etica francescana, il frate, piccolo nel mondo ma grande nell'umiltà, elogia il creato nella sua totalità, sia per le gioie che per i dolori che da esso provengono. Il sole, la luna e le stelle, da una parte, il vento, il fuoco e l'acqua, dall'altra, sono il mezzo attraverso il quale l'Altissimo rende viva la sua presenza nel mondo e dà "sustentamento a le sue creature" (cfr. verso 14). 




La natura, vista l'incessante presenza di Dio, sembra assumere dunque un significato allegorico, che si rispecchia a pieno anche nelle tematiche affrontate dal più grande poeta italiano: Dante Alighieri. Durante il suo viaggio nei tre Regni dell'Oltretomba, il sommo poeta si imbatte in paesaggi nuovi e in imponenti visioni celestiali, che sfuggono a qualsiasi spiegazione scientifica. Infatti, nel I canto del Purgatorio, Dante, pur non essendo a conoscenza delle nuove scoperte astronomiche, descrive, nella maniera più chiara possibile, un cielo primaverile insieme alle sue costellazioni, infondendo in ogni elemento descritto un profondo significato simbolico. Tuttavia, la bellezza della natura è tale da poter essere accolta soltanto da uno spirito nobile e puro. Per questo motivo il cielo australe, allietato dalle luci di Venere, della costellazione dei Pesci e della Croce del Sud, si sottrae alla vista dell'emisfero boreale ("settentrional vedovo sito", cfr. Purgatorio I, verso 26), che per la sua colpa, non riesce a vedere queste meraviglie ("poi che privato se' di mirar quelle", cfr. Purgatorio I, verso 27).







Se,tuttavia, nella sfera religiosa la natura rappresenta l'amore ineffabile di Dio, in una rilettura più laica e umana diventa il riflesso dei sentimenti individuali. Questa tendenza è riscontrabile nella lirica provenzale e nella letteratura del Basso Medioevo. In questo tempo, infatti, nasce l'ideologia dell'amor cortese, che consiste nel provare un amore di tipo platonico -  e quindi ben lontano da quello passionale - nei confronti di una dama di corte, la quale, essendo già sposata, non ricambia l'attenzione dei poeti. Dal momento che la donna amata è estranea all'amore che le viene rivolto con tanta devozione, il poeta cerca conforto nel mondo che lo circonda, così da riuscire a trovarlo nel contemplare il paesaggio naturale. Tutti questi elementi sono magistralmente sintetizzati nelle liriche in lingua d'oc del trovatore provenzale Bernart de Ventadorn.
Nella poesia Quando erba nuova e nuova foglia nasce, il paesaggio, che si prepara ad accogliere l'arrivo della stagione primaverile, produce nell'animo del poeta una gioia tale da accrescere il suo sentimento e la sua devozione per la sua "madonna". Alla luce dei canoni dell'amor cortese, questo sentimento è già abbastanza per il poeta tanto che non osa chiedere nulla di più, poiché "madonna", nonostante conosco il dissidio del povero amante, non merita alcun rimprovero per il suo totale disinteresse ("perché a lei non ne venga biasimo", cfr. " Quando erba nuova...", verso 16).



Dunque l'arrivo della primavera, grazie al quale i prati si colorano di fiori e il cielo si rasserena, si unisce al risveglio dei sentimenti d'amore di tutte le creature, come viene ulteriormente sottolineato dal grande poeta Francesco Petrarca nella lirica CCCX del Canzoniere Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena. La splendida descrizione paesaggistica, tanto vicina a quella di Ventadorn, non richiama più la gioia di amare la propria donna, ma si contrappone al forte dissidio interiore del poeta. Da questi versi, infatti, emerge che Laura è già morta e, insieme alla sua solare bellezza e alla sua giovinezza, sono scomparse anche le chiavi del cuore di Petrarca, che non riesce ad accogliere il risveglio primaverile. L'indifferenza del poeta nei confronti del paesaggio naturale lo allontana dal raggiungimento della catarsi e la natura, che in questo caso è contrapposta alle pene d'amore, non sembra dare alcun conforto, pur rimanendo ugualmente un elemento essenziale nella poetica di Petrarca. Non a caso, prendendo in esame altre liriche scritte in seguito alla morte dell'amata, come "Chiare, fresche et dolci acque" o "Già fiammeggiava l'amorosa stella", si evince che la natura con la sua "quieta armonia" permette al poeta di sentire la presenza viva di Laura e di raggiungere, attraverso l'ascesi spirituale, la completa purificazione dal male dell'accidia.




Mentre Francesco Petrarca e Bernart de Ventadorn riescono a soddisfare le loro mancanze spirituali contemplando la natura Giacomo Leopardi, considerato uno dei massimi esponenti del Romanticismo, non considera il creato come rifugio e come conforto, ma come una trappola. Celebri sono i versi dell'idillio 1820 La Sera del dì di festa, nei quali la natura personificata si presenta come una "matrigna" che crea l'uomo solo per farlo soffrire e per privarlo della speranza, cosa che non permetterà ai suoi occhi di brillare si gioia, ma di pianto. Tuttavia, il poeta non ha tenuto conto che, attraverso il suo sguardo disincantato e il suo difficile rapporto con il contingente, non riesce a farci odiare la natura, ma piuttosto ce la fa amare. Infatti, al dolore corrisponde sempre il desiderio d'amare, alla rottura con la natura corrisponde l'anelito di infinito, che parte da ciò che ci circonda, e ad ogni notte corrisponde sempre un giorno di luce.


La natura, dunque, nonostante le afflizioni e i problemi della vita, continua ad essere conforto e sostentamento per l'umanità. Inoltre, pur non comprendendo le cause che la determinano, si ha la certezza che tutto avviene per un desiderio e che tutto termina nella pace e l'uomo, assistendo impassibile alla magnificenza del creato, raggiunge la piena consapevolezza del suo essere: un piccolo attimo nell'eterno divenire della natura.


Il tempo: una realtà indefinibile?

Di
Elisa Miceli

Cos'è il tempo? E' questa la domanda che, sin dall'antichità, ha tormentato le grandiose menti di letterati e filosofi. Ancora oggi, l'uomo non riesce a darsi una risposta.



La ricerca di una soluzione al quesito risale già all'epoca augustea. Il poeta Orazio, ad esempio, cerca di dare una spiegazione con il "carpe diem", che non deve essere inteso come un banale invito al godimento, ma come una sollecitazione a cogliere l'attimo, distogliendo lo sguardo da ciò che verrà. 

Il futuro, infatti, è incontrollabile ed imprevedibile: è quindi sconsigliabile riporre eccessiva fiducia in qualcosa di così fugace. La spensieratezza e la serena accettazione del presente sono gli unici rimedi alla brevità del tempo che, secondo Seneca, viene continuamente sprecato dall'uomo. L'umanità non ha la consapevolezza che il tempo è un bene non rinnovabile, sempre sottratto dagli eventi della vita. Non bisogna né temere, né desiderare il futuro, ma vivere il presente, su cui incombe una morte imminente, in modo attento e saggio.



La consapevolezza dell'inesorabilità del divenire ha portato la complessa personalità di Agostino a dubitare sull'esistenza e sulla natura del tempo. Il filosofo, dopo essersi a lungo interrogato, è giunto a negarne l'essere; i limiti del tempo non riguardano Dio, fautore di ogni cosa esistente in natura. Da ciò si evince che se la divinità non è soggetta al mutamento, lo stesso non si può dire dell'uomo che non può comprendere, in quanto essere finito, cosa esso in realtà sia: il passato, infatti, non è più, il futuro deve ancora essere ed il presente, se non si traducesse in passato, costituirebbe un'eternità.



La questione della percezione del tempo, così, ha attraversato i secoli, continuando a persistere anche nel '900, un'epoca talmente densa di eventi da proporci numerose riflessioni. Il secolo breve per eccellenza, così come viene definito dalla storiografia, ci ripropone le interpretazioni di autori quali Marcel Proust e d Italo Svevo, che hanno elaborato diverse concezioni del divenire. Se da un lato, come si evince dalla lettura di Proust, si tenta un recupero casuale del tempo tramite tramite la memoria, dall'altro, come sostiene Svevo, si afferma la credenza che la salvezza sta proprio nella distruzione del passato. L'uomo diventa ciò che è grazie alle esperienze che vive, in quanto non esiste felicità, né dolore, senza un ricordo che lo causa. La memoria, però, può anche logorare l'animo; l'unica salvezza, in questo caso, è l'annichilamento di quest'ultima, trasformando il tempo in una realtà imperitura.



Le risposte acquisite nel corso dei secoli sono molto controverse: riusciremo mai a dare una definizione di tempo? Esso, così come sostengono gli intellettuali antichi e moderni, è una realtà indefinibile, un continuo divenire inarrestabile, che logora l'uomo e la sua giovinezza.

Il romanzo, un genere che riflette l'epoca in cui è scritto

Di
Isabella Giorgianni


Secondo la definizione più consueta, il romanzo è un genere letterario che corrisponde  ad una narrazione in prosa estesa, di carattere realistico o fantastico, che sviluppa vicende piuttosto complesse. Ma cosa ha realmente rappresentato questa forma nella storia dell'uomo? In ogni epoca una specifica tipologia di romanzo è nata per adempire ad un proprio compito, come esprimere una precisa rappresentazione della realtà, oggettiva o soggettiva, rappresentare riflessioni di carattere filosofico o ideologico, sia sulla vita del singolo che sulla storia ed i valori fondamentali del tempo, fissare determinati concetti o fornire un quadro preciso in grado di restituire un vero e proprio documento d'indagine. 
Il termine "romanzo" è di origine medievale e deriva dalla parola "roman", con cui si indicava la lingua volgare. Il periodo più fortunato per il romanzo è soprattutto l'800, secolo in cui l'uomo ritiene di poter conoscere la realtà che lo circonda: in questo contesto il romanzo che riscuote più successo è il romanzo storico. In esso l'autore si propone di offrire il quadro di una determinata epoca del passato, illustrandola sia nei grandi avvenimenti politici e militari che nei loro effetti nel campo della vita privata, ponendo al centro della narrazione personaggi non realmente vissuti. Il grande successo di questo genere è spiegabile attraverso l'interesse per il passato tipico della tendenza romantica, considerando che si ricercavano nella storia le radici e l'identità dei popoli e delle nazioni.
Il vero iniziatore di questa tipologia romanzesca è Walter Scott, scrittore, poeta e romanziere britannico. Nel 1814 Scott pubblicò Waverly, universalmente considerato come il primo romanzo storico, opera uscita in forma anonima per timore che al pubblico potesse risultare sgradita, sebbene in realtà essa ottenne notevole successo fin dalla sua prima apparizione. Uno dei romanzi più famosi dell'autore è però Ivanhoe, pubblicato nel 1820 e ambientato nell'Inghilterra del medioevo, che trasfigura il conflitto anglo-scozzese nel conflitto normanno-sassone all'epoca di Riccardo Cuor di Leone. 
Fu proprio Scott ad ispirare Alessandro Manzoni, scrittore, poeta e drammaturgo italiano che nel 1827 pubblicò il primo romanzo storico italiano, il celeberrimo I promessi sposi. L'opera è ambientata nel Seicento, quando il ducato milanese era sotto il dominio della Spagna, ma i veri padroni erano i potenti che si occupavano solo dei propri interessi senza curarsi del rispetto della giustizia, mentre gli umili vivevano nel timore e nella miseria.
In questo periodo ha un certo rilievo anche il romanzo realista, che, al contrario di quello storico, rappresenta vicende e costumi contemporanei ed è caratterizzato dall'analisi della realtà sociale anche dal punto di vista critico. Come applicazione diretta del pensiero realista, il romanzo realista nasce in Francia, quando, alla fine dell'800, il Naturalismo si propone di descrivere la realtà con gli stessi metodi usati nelle scienze naturali. Esso riflette l'influenza della diffusione del pensiero scientifico, che basa la conoscenza sull'osservazione, sulla sperimentazione e sulla verifica. Lo scrittore deve realizzare la realtà nel modo più oggettivo ed impersonale possibile, lasciando ai fatti narrati e descritti il compito di denunciare lo stato della situazione sociale, evidenziando il degrado e le ingiustizie. Gli scrittori naturalisti abbandonano la scelta del narratore onnisciente, che sa tutto dei personaggi e che racconta la storia in terza persona, sostituendola con una voce narrante che assiste ai fenomeni descritti, così come accadono.
Esponente importante del Naturalismo fu Émile Zola, giornalista, scrittore e saggista francese che, in seguito alla lettura dei testi scientifici di Charles Darwin sulla selezione naturale e l'ereditarietà, formulò le regole del cosiddetto romanzo sperimentale, che doveva riprodurre su carta ciò che sarebbe avvenuto in un laboratorio scientifico per lo studio dell'umanità, secondo un approccio rappresentato nel suo primo grande ciclo di romanzi sulla famiglia Rougon-Macquart.
In Italia, invece, il Naturalismo assunse la declinazione verista impersonata da Giovanni Verga, scrittore e drammaturgo siciliano che, nel 1880 e nel 1883, si fece conoscere con le raccolte "Vita dei campi" e "Novelle Rusticane". Ma al centro del suo progetto vi erano soprattutto i cinque romanzi del cosiddetto "Ciclo dei Vinti", del quale scrisse però solo i primi due: I Malavoglia e Maestro don Gesualdo. Dalla Lettera a Salvatore Farina scritta da Verga nel 1820 possiamo osservare una frase in cui egli parla del romanzo, esplicando che cosa intendesse con l'atto della scrittura: "Intanto io credo che il trionfo del romanzo, la più completa e la più umana delle opere d'arte, si raggiungerà allorché l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un mistero".

venerdì 23 maggio 2014

Nostalgia delle sacre sponde. Poeti e narratori tra memoria dell’infanzia e disillusione del presente.

di
Giada Bellavia



Tutti portano nel cuore il ricordo del proprio paese d’origine, luogo di illusioni, di amori e di ispirazione. Dall’antichità ad oggi si tratta di un tema caro ad una moltitudine di uomini, forse collegati l’uno con l’altro anche per questo comune sentire. Leggendo tra le righe di opere di vari artisti e letterati riconosciamo l’importanza che molto spesso essi danno al proprio luogo natio. In molti ritroviamo, infatti, il tema della “nostalgia di casa”, che viene affrontata, però sotto vari aspetti. 

Una particolarità, quindi, che contraddistingue il carattere e la psicologia di un autore è il modo di intendere e di parlare del proprio luogo natio. Nella poesia «A Zacinto», per esempio, Foscolo mostra non soltanto un attaccamento alla patria di tipo nostalgico, ma anche un’esaltazione alla terra che gli fu da ispiratrice per il suo percorso letterario. A partire dalle allusioni mitologiche contenute nei versi della poesia, notiamo come sia forte nell’immaginario foscoliano la presenza dei miti greci, come Omero.

Foscolo canta le bellezze naturali del luogo che gli diede vita, sapendo con estrema malinconia di non poterci ritornare, essendo in esilio. Ugo Foscolo è l’esempio di ciò che si può provare nell’allontanamento forzato dalla propria terra.

Anche Umberto Saba, in «Città vecchia», una delle poesie collocate nel Canzoniere, rivela un sentimento di nostalgia e affetto per la sua amata Trieste, città che gli diede i natali e in cui visse a lungo. Trieste, città evocata anche da altri illustri scrittori novecenteschi, tra cui Italo Svevo, diviene, nella poesia di Saba, un luogo dell’anima. La comunione spirituale con gli abitanti riecheggia ancora, dentro di lui, persino quando le figure descritte fanno parte di un universo di esperienze non vissute direttamente.

Carducci, nell’opera «Traversando la Maremma Toscana», descrive il paesaggio della Maremma accostandolo dolcemente al suo mondo interiore. “Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano” è il verso che meglio riassume il pensiero del poeta. Ricordi, sogni e riflessioni in frantumi. Obbiettivi che non possono più essere raggiunti poiché egli è ormai in punto di morte.

Sebbene ciascuno degli autori sinora citati riveli un attaccamento malinconico e sognante al proprio luogo d’infanzia, evocato durante l’età adulta come spazio mitico e ormai irraggiungibile, non sempre questa visione delle cose accomuna poeti e letterati. Infatti, si può osservare  come la storia letteraria, in ogni epoca, sia attraversata da pagine amare in cui la terra natale non è più rifugio ma, piuttosto, occasione per ribadire una percezione negativa dell’esistenza.

Ad esempio, è significativo il caso di Giacomo Leopardi, che si distacca quasi nettamente dal pensiero dei poeti prima citati. Il poeta, nel canto «Le ricordanze», parla di Recanati, sua città natale, come una sorta di “prigione” che, da bambino, lo tratteneva dall’essere in qualche modo libero. Egli, già allora, si sentiva molto lontano dalla realtà degli “zotici” che lo circondavano.
Anche in questa discordanza di pensiero, tuttavia, si intravede il ricordo di un luogo di dolci illusioni giovanili, poiché il poeta recanatese lega la visione dell’infanzia  ad un’esperienza sentimentale fanciullesca. La sua poetica palesemente pessimista è una conseguenza del suo vissuto, che non è stato certamente dei più rosei. Proprio per questa commistione tra motivi biografici e invenzione letteraria, troviamo nei suoi versi un misto tra un sentimento di nostalgia e di avversione che colpisce il poeta, dividendolo in una sorta di dissidio interiore.

Un rapporto ricorrente di «odi et amo» che si contrappone nell’animo di tali poeti, contraddistinguendoli per la spiccata capacità di far rivivere quel sentimento, tocca da vicino, in qualche modo, anche la sensibilità del lettore. Ricordare e narrare di momenti, ricordi o luoghi ormai lontani, può assumere diverse sfaccettature che, a seconda del percorso del poeta, interpretiamo in vari modi: un tentativo di scappare dalla realtà, oppure ricordare con rimpianto o con avversione, sono i sentimenti che meglio ricollegano questi artisti.

L’importanza che dunque custodisce l'atto del ricordare, in qualsiasi modo si possa fare, il luogo d’origine, è davvero grande. I ricordi, i sogni, i momenti e anche i dolori, accompagnano il percorso formativo di ciascuna persona. Vi è un momento della vita in cui, in qualche modo, tutti hanno bisogno di scrivere e di parlare del luogo in cui si è vissuti per molti anni, il proprio “giardino dei sogni” dove si è stati bene. Del periodo ormai lontano e spensierato della fanciullezza.

giovedì 22 maggio 2014

Il tempo è imprevedibile, bisogna cogliere l'attimo

Di 
Marialuisa Andaloro

Da sempre il tempo è stato uno dei temi principali della speculazione dell'uomo, in filosofia come in poesia e in musica; ma cosa è il tempo?
Sin dall'antichità, molti letterati e filosofi hanno elaborato riflessioni sul destino dell'essere umano e sul tempo che scorre. Il poeta latino Orazio, ad esempio, compone delle Odi che riguardano lo scorrere del tempo inesorabile e la brevità della vita umana. La più famosa e significativa dal punto di vista etico è l'Ode 11, in cui il "carpe diem" non è un semplice invito a godere, ma ad assaporare quell'attimo unico che non ritornerà mai più. Anche il filosofo Seneca arriva a delle conclusioni sul tempo che lo portano ad affermare che da un lato il tempo scorre velocemente e perciò l'uomo è nato per vivere un'età breve; dall'altro che occorre fare i conti con la vita vissuta e non bisogna rinviare all'infinito le proprie decisioni. Bisognerà, quindi, usare bene il proprio tempo, perché esso è un bene prezioso. 
Oltre che nella filosofia antica, anche nella filosofia cristiana Agostino analizza il problema della fugacità del tempo che non riguarda Dio (perché il tempo è una sua creatura), ma che invece dovrà essere affrontato ogni giorno dagli uomini. Durante il periodo medievale, nelle parole del poeta Francesca Petrarca il precipitare del tempo non può far altro che generare una profonda crisi esistenziale; egli infatti appare lacerato tra l'amore per Laura e quello per Dio e la sua condizione sembra senza via d'uscita. 
Facendo un grande salto in avanti, fino ad arrivare al Novecento, notiamo come cambia la percezione del tempo; lo riscontriamo soprattutto in due grandi scrittori come Marcel Proust e Italo Svevo, rappresentativi del modo in cui la tematica in oggetto viene trattata. Per lo scrittore triestino la salvezza del mondo è nella distruzione del tempo, poiché il passato è inutile da rievocare e farlo risulta estremamente dannoso. Al contrario per Proust la salvezza consiste proprio nel recupero del tempo perduto,che permane dentro di noi e che riaffiora in superficie.

Il tema è trattato anche da grandi artisti come Dalì, che ci ha lasciato il celebre dipinto chiamato "La persistenza della memoria", ma noto come "Gli orologi molli". A proposito di questo quadro, Dawn Ades scrive: "Gli orologi molli sono un simbolo inconscio della relatività dello spazio e del tempo,una meditazione surrealistica sul crollo delle nostre nozioni riguardo ad un sistema cosmico immutabile". Infatti l'idea che Dalì e gli altri surrealisti vogliono esprimere è quella di cancellare tutte le regole fisse che scandiscono la vita di tutti i giorni. In questo dipinto gli orologi hanno una forma poco definita, sembrano fluidi, per dimostrare l'opposto delle ferree regole del tempo. 
sembra dunque impossibile dare in definitiva una definizione chiara e univoca del tempo, che per l'uomo risulta ancora oggi qualcosa di imprevedibile e sfuggente. Il carpe diem di Orazio, forse, non può far altro che indurci a cogliere il giorno e a vivere come se non ci fosse un domani.

mercoledì 21 maggio 2014

Teatro San Carlo...L'inizio di un sogno

di
Simone Mazzeo


Ancora ricordo tutto: l’ansia di attendere fuori da quel portone all’interno del quale sarebbe avvenuta una delle prove più importanti della mia vita. Una volta entrati mi sono cambiato, solita storia: pantaloni, body e scarpette. Io e tutti i restanti ragazzi, una trentina in tutto, che avrebbero dovuto effettuare con me l’audizione ci siamo diretti in sala: cominciato a riscaldarmi, i minuti scorrevano, l’ansia saliva e l’emozione si impossessava del mio corpo. Entrata Anna Razzi, la direttrice del Teatro San Carlo, comparve un sorriso enorme sul mio volto. Ero l’ultimo del primo step della selezione, vi lascio immaginare il mio stato emotivo. Terminata la preselezione la segretaria uscì e recitò nome dopo nome coloro che avevano superato la prima preselezione: proprio come la selezione il mio nome era l’ultimo e prima che lo sentissi ogni nome che non era il mio corrispondeva ad un pugno nello stomaco. Iniziato il secondo step dell’audizione che consisteva in una lezione di danza classica nel corso accademico al quale si aspirava di entrare. Prima di entrare mi ricordai le tre parole che mi ripetevo sempre "Elegante – Pulito – Energico". Il pianoforte cominciò a suonare e quei passi che danzavo da una vita ma che sembravano sempre nuovi erano gli stessi che avrebbero deciso per  il mio futuro. Ricordo benissimo un momento, quasi catartico, nel quale sentivo il mio corpo leggerissimo e non esistevamo nient’altro che io e la musica. Dopo diagonali , salti e pirouettes concludemmo con un inchino e un applauso conclusivo. La lezione era conclusa e solo tre giorni dopo seppi il risultato. Abbassata la cornetta la danza che era sta il mio passato ed il mio presente, da quel momento diventò anche parte fondante del mio futuro. Fui preso al Teatro San Carlo e un’immensa felicità prese me. Quando salutai Napoli infatti non dissi un addio, ma un semplice arrivederci.



Le pagine dell'amore

ANCHE L’INCONTRO DI UN ATTIMO
PUÒ ESSERE AMORE…
UN FILM PER SOGNARE!

Di
Aurora D'Amico


"L'amore più bello è quello che risveglia l'anima
 e ci fa desiderare di arrivare più in alto… 
è quello che incendia il nostro cuore 
e porta la pace nella nostra mente… 
questo è quello che tu mi hai dato 
e che spero di darti per sempre"


(Noah- Ryan Gosling)


"Le pagine della nostra vita", il cui titolo originale è "The Notebook", è un film drammatico e romantico diretto da Nick Cassavetes e interpretato da Ryan Gosling e Rachel McAdams. Il film è  tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Sparks, che con i suoi best seller ha ormai monopolizzato la narrativa romantica in America e nel mondo. I dialoghi sono caratterizzati da grande romanticismo ed è forse proprio questo che piace al pubblico (soprattutto femminile): riuscire ad astrarsi dalla realtà.

Il film “Le pagine della nostra vita”, ambientato in una cittadina della Carolina del sud, ha come protagonisti Allie e Noha. La pellicola ha inizio in una casa di riposo, dove un uomo anziano (Noha) legge stralci di un diario ad una donna (Allie) affetta da demenza senile.
La storia d'amore narrata nel diario tratta di un amore nato nella calda estate degli anni '40.
I due protagonisti si incontrano una sera in un luna park. Nonostante le iniziali ritrosie di lei, soprattutto per le differenze economiche e sociali che li dividono, i due si innamorano follemente e trascorrono un’intera estate senza mai separarsi. 


In autunno, però, Allie viene portata via dai suoi genitori che sono decisi a farle troncare la relazione con Noha. Così i due giovani si perdono di vista per sette lunghi anni, durante i quali Noha prende parte come soldato alla seconda Guerra Mondiale; mentre la ragazza si fidanza con un altro. 
Le cose però non sono destinate a finire così…Per trecentosessantacinque giorni all'anno Noha, infatti, scrive ad Allie una lettera, proprio come le aveva promesso, ma non riceve alcuna risposta, e così inizia a pensare che lei l'abbia dimenticato. Però Allie non ha mai letto nessuna delle lettere, poiché la madre gliele sottrae di nascosto. Non essendo a conoscenza di questo inganno, pensa anche lei che Noha l'abbia dimenticata. 
Dopo essere ritornato dalla guerra, Noha non smette di pensare ad Allie che, anzi, diventa per lui una vera e propria ossessione. Infatti, il ragazzo decide di dedicarsi al restauro, come promesso a Allie, della casa in cui avevano fatto per la prima volta l'amore. La casa viene realizzata come lei aveva desiderato, con un pianoforte e una stanza che dà sul fiume, in cui dipingere.


Tutto sembra continuare così, in una distanza destinata a non colmarsi, ma quando Allie, in procinto di sposarsi con un ragazzo facoltoso che piace alla famiglia, vede casualmente la foto di Noha su un giornale, entra in grande in confusione. Torna così da lui e, durante un romantico giro in canoa sotto la pioggia, tra i due scoppia nuovamente la passione. 
I ragazzi hanno così modo di chiarirsi ed Allie viene a conoscenza delle lettere mai consegnatele da parte della madre… Il diario si conclude con il trionfo del loro amore! E così l'anziana donna, comparsa all’inizio della pellicola, ha un momento di lucidità: quella che sembrava l'appassionante storia di due sconosciuti è più vicina a lei di quanto non credesse. La donna è infatti lei, Allie, la protagonista, e l'amorevole anziano lettore è Noha, suo marito… Ma dopo qualche minuto di gioia, Allie ricade nel suo perenne stato di buio e non riconosce più Noha: lo scambia per uno sconosciuto e lo caccia in malo modo. Noah, intanto, è colto da un infarto. 
Nonostante tutto, l’anziano non si arrende e, nella stessa notte, riesce a tornare da Allie, che finalmente lo riconosce… Allora i due, felici, si danno la buonanotte. Il film si chiude con la visione di uno stormo di anatre in volo, che lascia immaginare che i due siano volati assieme in un luogo senza tempo in cui vivere il loro grande amore unico e immortale. Questa scena è alquanto espressiva e delicata, e allude alla loro prima passeggiata in canoa da giovani.



Se dovessimo descrivere in poche parole il film “Le pagine della nostra vita” lo definiremmo come la classica storia d’amore, che non aggiunge niente al panorama del genere romantico. Senza contare, poi, la scarsità di riferimenti all’ambientazione storica (la seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda), che può evincersi soltanto dai costumi. La storia non dice niente di nuovo: un amore giovane e profondo ostacolato dalle differenze sociali, a seguire un allontanamento e l’inevitabile lieto fine volto a confermare la natura di un sentimento oltre ogni limite. Ma qualcosa di nuovo in realtà c’è: la storia parallela dei due anziani nella casa di riposo che, è chiaro sin da subito, andrà oltre il semplice ruolo di narratori degli eventi. 

La regia di Nick Cassavetes rende la pellicola scorrevole, non solo grazie alle parti narrate ma anche alle interpretazioni dei due principali protagonisti, che ha contribuito al successo mondiale del film: Ryan Gosling è a suo agio nei panni dell’intrigante Noah Calhoun, mentre Rachel McAdams interpreta con grande bravura Allie Hamilton, una ragazza che pagherà anche da grande la sua insicurezza. La storia di Allie e Noah, narrata con competenza e abilità stilistica da Cassavetes e recitata con grande pathos dai due protagonisti, è così travolgente che i due attori, non a caso, hanno poi trasformato in amore vero quello che era solo parte della finzione cinematografica.
Questo romanticissimo e commovente film è caratterizzato da momenti di grande tenerezza, dove è presente il trionfo del vero e grande amore, miracoloso. Nessuna malattia potrà ostacolare il ricordo e il proseguimento dell'amore dei protagonisti; il loro grande sentimento è capace di tutto. “Le pagine della nostra vita” è una magnifica pellicola classica, uno di quei “film di una volta” che quando cominciano ti prendono e ti portano via, fin dal primissimo istante. Un film senza tempo che ti travolge in un vortice emozionante e passionale. Un film che fa innamorare.

 

"Le pagine della nostra vita" 
rimane un film impossibile da trasferire nella realtà 
e, per questo, è un film adatto per sognare.