Visualizzazione post con etichetta Cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cultura. Mostra tutti i post
martedì 3 marzo 2015
giovedì 26 febbraio 2015
C’è musica e musica
Chiara Cavatoi V B Liceo Classico
In un articolo del 2009 pubblicato sul giornale “l’Espresso”
Umberto Eco comunicava il suo parere sulla musica, in un’ottica assolutamente
inconsueta. Si concentrava infatti sulla fruizione passiva e amniotica della
musica, sulla critica di generi e mezzi di ricezione contemporanei: musica rock
posta in contrasto con “l’Aida”, musica elettronica, l’utilizzo di nuovi
apparati tecnologici a discapito di radio e dischi. È vero che auricolari e
cellulari permettono di ascoltare ripetutamente una canzone, una volta dopo
l’altra, portandoci a sdegnarla o a notare parecchi difetti; ciò aggiunto a
danni all’udito e anche al deterioramento del suono. Tutto ciò fa della
musica non più una conquista, come lo era una volta, ma semplicemente un
accompagnamento costante della propria vita, che impedisce addirittura di
concentrarsi sulle azioni quotidiane. Sicuramente la più audace critica mossa
da Eco, e la più criticabile a sua volta, è la mancanza di libertà che deriva
dalla fruizione passiva. Tale concetto è tratto da alcune osservazioni del
filosofo Kant, il quale afferma che le caratteristiche sonore della musica impongano
a chiunque l’ascolto, ledendo la libertà personale. Bisogna comunque
contestualizzare la sua posizione in quanto il filosofo, essendo un illuminista
legato al primato della ragione sull’intelletto, non può certo lodare la musica
che è in realtà una delle più grandi forme di irrazionalità, passione ed
immediatezza. Kant inoltre svaluta la musica in quanto non ritiene che sia un
“nutrimento intellettuale” al contrario di altre arti. Mi trovo totalmente in
disaccordo, proprio questa affermazione comporta, secondo me, la svalutazione
dell’arte stessa: essa è così sublime e grandiosa che il nutrimento
intellettuale che ne può derivare è solo uno degli aspetti che offre. L’arte (e
soprattutto la musica per me) è passione, coraggio, energia, il riflesso di noi
stessi. È armonia che si fonde con
l’irrazionalità, è contrasto di idee, è l’urlo di chi lotta, il pianto di chi
soffre, il sorriso di chi è felice. Se a questo aggiungiamo la comunicazione
ideale, essa si arricchisce ancora di più ma, come il Romanticismo ci ha
insegnato, gli ideali non sono solo bellezza, purezza e armonia; il
brutto, il vero, l’irrazionale non fanno forse parte di noi? L’arte può essere
sia ciò a cui tendere sia la manifestazione della nostra interiorità, che non
sempre riflette valori assoluti.
Io sono una grande appassionata di musica e la ritengo una delle
forme d’arte più spettacolari che l’uomo abbia mai creato: attraverso un brano,
una canzone non solo ascoltiamo una melodia, ma leggiamo il testo e capiamo ciò
che vuol comunicare, fantastichiamo sulle immagini. La musica non ha sempre
bisogno di testi importanti perché, grazie ai suoni, possiamo associare il
contenuto che desideriamo! È fantasia, è
ricchezza, è immaginazione. Se potessi, risponderei ad Eco e a Kant: l’ascolto
di generi musicali che non conosciamo o che non ci piacciono, attraverso la
fruizione passiva, non è forse cultura? La conoscenza non è limitata al nostro
gusto o alle nostre scelte.
Devo precisare a favore di Eco che talvolta però, quando ascolto
alla radio una canzone che non mi conquista, sento le orecchie fischiare
e con violenza cambio subito stazione radio continuando a brontolare… Ma tutti
i generi sono espressione di un modo di essere e non vanno criticati, ma
capiti.
Attraverso la mia musica (che può non piacere ) ho imparato a
comunicare, a divertirmi e a divertire, ad avere dei modelli, ad avere delle
possibilità, a celare il silenzio assordante di quando mi sento sola. Sento
sempre di dipendere da essa e di doverle dire GRAZIE.
sabato 21 febbraio 2015
La monaca di Simonetta Angello Hornby
Noemi Capasso V A Liceo Classico
La
vicenda è ambientata a Messina, nel giorno 15 agosto 1839. In casa
del maresciallo don Peppino Padellani di Opini, capostipite di una
nobile famiglia di baroni ormai in declino economicamente, sono tutti
intenti nei preparativi per la festa dell'Assunzione della Vergine,
festa molto cara alla famiglia. È questo un giorno sereno per Agata,
figlia del maresciallo Padellani, poichè scopre che il suo vero
amore nei confronti del ricco Giacomo Lepre, è contraccambiato.
Agata,
però, è costretta a rinunciare al suo amore: le famiglie, infatti,
non trovano un accordo e alla morte del maresciallo, la madre di
Agata, donna Gesuela, decide di portarla con sè a Napoli, dove spera
di ottenere una pensione dal re, amico del defunto marito. A Napoli,
la giovane Agata sarà costretta a prendere i voti e farsi monaca, ma
si ribellerà.
Il
ritmo narrativo è veloce e molto ricco di sequenze descrittive
riguardanti i personaggi principali e i luoghi. Sono presenti anche
numerose sequenze dialogate.
Protagonista
indiscussa della storia è Agata, sesta figlia femmina di una nobile
famiglia napoletana trasferitasi a Messina per volontà del re
Federico II di Borbone. Agata è una tredicenne dalla rigida
educazione e con la testa piena di sogni. Il sogno più vivido è
conquistare il cuore del giovane Giacomo Lepre. Quest'ultimo è un
ragazzo di vent'anni ed è il nipote del ricco notaio Lepre. Un altro
personaggio importante è don Peppino Padellani di Opini. È lui ad
incoraggiare l'amore tra Agata e Giacomo. La lettura è semplice e
scorrevole; il linguaggio è un misto tra dialetto siciliano,
dialetto napoletano ed italiano.
"La Monaca" è il
primo e unico libro di Simonetta Angello Hornby che ho letto.
Ho
apprezzato lo stile e la rappresentazione storica e culturale di
inizio Ottocento. Ho notato la notevolissima capacità descrittiva e
fantasiosa dell'autrice relativa alla descrizione di ricevimenti,
feste religiose, feste mondane e preparazioni di eventi. La Hornby
riesce a far immedesimare il lettore nella narrazione e lo trasporta
davanti a queste tavole imbandite di leccornie tipiche della Sicilia
riuscendo quasi a farne sentire i sapori ed i profumi.
La zia marchesa di Simonetta Agnello Hornby
Michela Saporita IV B Liceo Classico
La storia ruota attorno a
Costanza, figlia del barone Domenico Safamita, che dopo la nascita viene rifiutata dalla madre. La neonata viene affidata ad una balia, Amalia Cuffaro, che si prende
cura della bambina diventando sua amica. La bimba cresce bene, un po’
riservata, condividerà la maggior parte
del suo tempo con la servitù cucendo e ricamando. In famiglia vivono
anche i fratelli per i quali Costanza prova
molto affetto, soprattutto per Stefano, il più grande, e per il padre che
invece ha per lei una notevole predilezione perché è quella che sente più
vicina a lui e più adatta a gestire il patrimonio del casato. Il Barone non si
sbaglia: infatti i figli maschi si rivelano una completa delusione, poiché
Stefano si innamora di una donna non nobile e Giacomo, il figlio
minore, sposa Adelaide Lattuca
e appare invidioso
per
le ricchezze ereditate dalla sorella dopo la
morte del padre. Giacomo, non solo minaccerà Costanza, chiamandola “’u malu pilu”
e “bastarda” ma le mette anche le mani
intorno al collo cercando di ucciderla. Successivamente, la donna si sposa con il marchese Pietro Patella di Sabbiamena, attratta dai
modi cortesi e dall'eleganza
dell'uomo. Il problema, però, è
che il marchese non la ama, infatti durante i primi anni di
matrimonio tradisce continuamente la moglie anche dentro le mura del loro
palazzo.
La
protagonista, Costanza, è una cantante e musicista dotata, è buona,
intelligente, benevola con i familiari, disposta al perdono. Ha i capelli rossi e il viso pieno di
lentiggini. Tra gli altri personaggi ricordiamo i fratelli Giacomo e
Stefano, il padre Domenico Safamita, e, non meno importante, la balia Amalia.
La narrazione
avviene per bocca di Amalia che, dopo la
morte di Costanza, si ritira con una nipote alla Montagnazza, una sorta di
loculo per vivi, in provincia di Agrigento. Qui, nell’affaccendarsi lento e
noioso nella grotta adibita ad abitazione, racconta alla nipote Pinuzza le
vicende di Costanza e della famiglia Safamita. La ricchezza, le avversità, gli amori
si svolgono fra detti popolari e proverbi rivelando la saggezza, l’ignoranza e
la cattiveria intrise di povertà. Il periodo storico è quello dell’unità
d’Italia, della deposizione del regno delle due Sicilie, della nascita di
cosche, germogliate dal malcontento popolare, culla della mafia che si
andava formando.
La storia inizialmente può
sembrare piatta, senza colpi di scena, ma in seguito la vicenda comincia a
farsi intrigante. L’amore del padre verso la figlia è un aspetto del libro che
colpisce molto. Infatti un padre che dice alla
propria figlia che prima di tutto deve amare se stessa per poter essere
apprezzata dagli altri e che solo amandosi, pensando a se stessa, potrà essere
amata, è un padre ammirevole, diverso ed amorevole. Accanto al lato
sentimentale e riflessivo, colpisce il lato comico caratterizzato da molti
proverbi siciliani che, oltre a divertire, fanno pensare molto. Consiglio il
libro a chi ha bisogno di una lettura leggera e
divertente.
“Nuddu ammiscatu cu nenti”
Da Simonetta Agnello Hornby solo silenzio e rassegnazione al destino per la famiglia di Pedrara
Emanuela Gitto V C Liceo Classico
“Sappiate tutti che, se doveste rimanere a Pedrara, lo fareste a
vostro rischio”. Da queste parole si intravede già l’aura di mistero cha
aleggia nella casa dei Carpinteri nel piccolo paesino in provincia di Catania.
Riuniti attorno al capezzale della zia Anna, figli e nipoti si troveranno
coinvolti, pur non sapendolo, in un giro vizioso di interessi a loro
sconosciuti.
Pubblicato per la prima volta nel 2013 da “I narratori”, “Il
veleno dell’oleandro” è un romanzo di Simonetta Agnello Hornby, nata a Palermo
ma residente ormai da più di quarant’anni a Londra.
Il titolo contiene in sé la dichiarazione di potenza della
famiglia e allo stesso tempo l’inquietante presagio di morte che vi è
contenuto: l’oleandro è infatti una delle piante di cui è adornato il giardino
sontuoso della tenuta della famiglia a Pedrara, sotto le cui fronde i personaggi
erano soliti passeggiare nelle giornate di calura estiva per trovare un po’ di ristoro
ma, allo stesso tempo, il veleno dell’oleandro rappresenta l’arma prediletta
per uccidere lentamente chi lavora per la famiglia e che avrebbe potuto dare
“problemi” all’interno della tenuta perché, causando dolori allo stomaco e
vomito, avrebbe portato lentamente alla morte.
La narrazione è affidata alternativamente a Mara, una delle
nipoti maggiori di Anna, che vive e lavora a Milano, e Bede, amante e custode
della zia dal momento della morte di Tommaso, marito di Anna e amante dello
stesso Bede. Questa scelta narrativa rallenta molto il filo del discorso, che
già dai primi capitoli il lettore stenta
a seguire; infatti, queste narrazioni alternate vanno concepite come pezzi di
un puzzle che verrà ricomposto solo al termine del romanzo, quando tutti i nodi
verranno al pettine e verranno scoperte le azioni illecite legate alla famiglia
e nascoste da sempre agli occhi della zia Anna, portatrice di Alzheimer e da
sempre tenuta all’oscuro della situazione semplicemente perché donna. Proprio
perché costretta a letto dalla malattia, i familiari accorrono nella cittadina
siciliana essendo venuti a sapere di un tesoro tenuto nascosto all’interno
della villa, certi di sfruttare gli ultimi momenti di lucidità della zia per
cavarle qualche informazione per scovarlo.
Le tematiche sono molteplici: l’amore gay e bisex; i legami
all’interno della famiglia, spesso recisi da silenzi e violenze; la violenza
sulle donne che Giulia, sorella di Mara, vive e accetta consapevolmente quale
manifestazione dell’amore di Pasquale nei suoi confronti; la mafia, potere
oscuro con cui alcuni membri della famiglia saranno chiamati a collaborare.
Tutti questi intrighi si svolgono nel contesto di una Sicilia dei giorni nostri
che si aggiorna dal punto di vista dei trasporti e delle attività svolte dai
personaggi della storia, ma che rimane in un certo senso legata ad una
mentalità brutalmente omertosa e indifferente di fronte agli eventi che si
presentano loro davanti; i personaggi sono consapevoli della sfera oscura in
cui vivono, ma non fanno nulla per sfuggirvi, rassegnati al destino che è stato
loro affidato. Il romanzo inizia e si conclude con la frase “Nuddu ammiscatu cu
nenti” che la zia Anna riferisce sempre a Bede e, in un certo senso, questa è
la sintesi dell’intera storia, in cui i personaggi sanno ma credono di essere
nessuno di fronte al corso degli eventi, guidati da forze superiori alle quali
tutti devono essere sottomessi. Senza chiedere, senza parlare.
“Λιγυρηνδ’ εντυνοναοιδην”
“E intonarono un limpido canto …”
Giulia Romagnolo V C Liceo Classico
“Maruzza
Musumeci” è un
libro di Andrea Camilleri, pubblicato da Sellerio nel 2007.
La storia è descritta attraverso il dialetto
siciliano, spesso utilizzato nelle sue opere.
La narrazione comincia a Vigàta nel 1890: Gnazio è un uomo semplice che ritorna dall'America dopo anni di assenza. C’era andato a lavorare come giardiniere, poi una brutta caduta da un pino lo fa diventare zoppo e i soldi dell’assicurazione gli permettono di comprare una terra a Vigatà, che lui comincia a coltivare, e sulla quale costruisce una casa. È da qui che avrà inizio la storia con la donna della sua vita, Maruzza Musumeci, personaggio particolare, la cui vicenda si intreccia con il mito e la fantasia. La donna è infatti una trentenne, ancora nubile, bellissima, che, tuttavia, nasconde un segreto con cui Gnazio convive e che accetta, in quanto tratto fondamentale di Maruzza.
La narrazione comincia a Vigàta nel 1890: Gnazio è un uomo semplice che ritorna dall'America dopo anni di assenza. C’era andato a lavorare come giardiniere, poi una brutta caduta da un pino lo fa diventare zoppo e i soldi dell’assicurazione gli permettono di comprare una terra a Vigatà, che lui comincia a coltivare, e sulla quale costruisce una casa. È da qui che avrà inizio la storia con la donna della sua vita, Maruzza Musumeci, personaggio particolare, la cui vicenda si intreccia con il mito e la fantasia. La donna è infatti una trentenne, ancora nubile, bellissima, che, tuttavia, nasconde un segreto con cui Gnazio convive e che accetta, in quanto tratto fondamentale di Maruzza.
Il libro, romanzo fantastico, descrive la
realtà di un uomo umile e ingenuo in un paesino colmo di leggende,
superstizioni, attraverso un linguaggio colloquiale e a tratti licenzioso. Infatti
Camilleri sceglie di narrare i fatti dal punto di vista di Gnazio, riportando
tutti i suoi pensieri, anche quelli più grotteschi, sinceri e scostumati,
attraverso modi di dire e termini tipici del dialetto siciliano.
Gnazio e Maruzza sono entrambi personaggi
dinamici ma l’uomo, in particolare, è un individuo che cresce durante il suo
percorso e si dimostra inaspettatamente
pronto e capace di essere marito e poi padre, in antitesi con chi era
precedentemente ovvero un lavoratore instancabile ma senza un obiettivo vero
proprio nella vita, che accettava ciò che gli capitava senza farsi troppe domande.
La storia si intreccia con i miti, con Odisseo
e la figura delle sirene, ampiamente trattate nel corso dei secoli; qui, però,
queste figure rimangono misteriose e, se per certi aspetti, rimangono
incomprensibili e inquietanti, per altri si rivelano particolarmente umane.
Sono da notare anche degli episodi misteriosi
all’interno del racconto, come il momento in cui Gnazio trova nella cisterna
costruita per Maruzza delle ossa, grandi e “fresche”, o i riti compiuti dalla
bisnonna Menica durante il “matrimonio” dei due innamorati. Non mancano, tuttavia,
riferimenti alla guerra, in particolare alla seconda guerra mondiale che Gnazio
percepisce come qualcosa di estraneo, parla infatti di quel saluto “col braccio
diritto”, che gli sta stretto, e per questo sceglie di non andare più a
lavorare in paese.
L’opera, in definitiva, è difficilmente
sintetizzabile, in quanto rappresenta una commistione di leggende, fatti
storici e fantastici, riti nei quali non viene mai chiarita fino in fondo né la
natura di Maruzza né della bisnonna Menica
o della figlia (queste possiedono una voce incantatrice e cantano in un lingua
sconosciuta: il greco) né di gna’ Pina (una sorta di maga con poteri curativi).
Inoltre si susseguono nel racconto vicende comiche, strane ma anche avvenimenti
seri che vengono narrati e vissuti in modo distaccato, come nel caso della
scomparsa di “Aulissi”, un amico di Gnazio, che muore in modo poco chiaro ma il
cui decesso non desta particolare sofferenza. Infatti pochi minuti dopo la sua morte,
i suoi amici e compaesani scherzano e conversano accanto al suo corpo inerme,
senza preoccuparsene.
Camilleri interpreta in modo realistico la
mentalità e le abitudini degli uomini di paese. Il romanzo risulta poco
coinvolgente nella prima parte, migliora invece sempre più nella seconda, in
cui incuriosiscono la storia di Maruzza, della gna’ Pina e della figlia. La
storia risulta particolarmente originale e innovativa.
Iscriviti a:
Post (Atom)

